ATLANTE

La Marmilla. Introduzione

Lontani dalle montagne boscose e impervie della Barbagia, da quelle sventrate a picco sul mare del Sulcis-Iglesiente, dalle rocce e i graniti dell’Ogliastra, la Marmilla è una mite eccezione rispetto alle asperità, e talvolta aggressività, di certi paesaggi della Sardegna.

Nella strada da Furtei e Villamar, porta di questa sub-regione dell’isola, si scorgono dolci colline ricoperte da campi di grano, che come vasti teli dorati circondano i piccoli paesi, poco distanti l’uno dall’altro. Questi fanno sfoggio dei loro campanili, il cui suono scandisce i tempi di una comunità apparentemente ancora legata a una quotidianità campestre. Sullo sfondo appaiono le due Giare, i tavolati che separano i campi e i pascoli dal cielo, dove, tra i nuraghi e le tombe dei giganti, corrono senza briglie i famosi cavallini.

In questo documento riportiamo il risultato di un percorso di avvicinamento alla Marmilla nel corso del quale, al di là delle prime impressioni superficiali, abbiamo esplorato numerose situazioni e stabilito delle relazioni personali dalle quali emergono le sette storie che abbiamo deciso di raccontare.

Da tre di queste nasceranno, in un secondo momento, dei progetti di cortometraggio documentario che trarranno ispirazione a partire da questo primo lavoro di ricerca sul campo realizzato tra maggio e giugno 2018.

A cura di Valentina Spanu, Alberto Diana e Stefano Cau

Giorgio ci mostra l'asparago del serpente nelle campagne di Assolo
Ad Assolo, paese di poco più di 300 anime sulla via che dalla Marmilla porta prima a Laconi e poi sul tetto della Sardegna, la Barbagia, sono tante le persone che hanno lasciato la propria terra per emigrare: tra queste vi sono Giorgio, che partì in Lombardia; Giovanni, in Germania; Bruna, prima a Roma e poi a Milano. Il tempo trascorso lontano dal paese non è stato tuttavia sufficiente a far dimenticare loro i saperi antichi della medicina popolare e de sa mexina de s'ogu (la medicina dell'occhio).
Nel corso degli anni sono stati in tanti ad averlo imitato, ma la sua ricetta contiene un ingrediente segreto che la rende unica nel suo genere. Giorgio, allevatore di cavalli nella zona di Varese, dovette combattere per lungo tempo contro un'artrite alla spalla che si procurò mentre si occupava dei puledri. Un giorno un suo collega siciliano, anch'egli conoscitore della medicina popolare, gli mostrò dove trovare le bacche dell'asparago del serpente (su sparau caoru). Una volta rientrato in Sardegna, l'unguento realizzato con i frutti di questa pianta è diventato la specialità di Giorgio. Le bacche, raccolte tra luglio e novembre (assicurandosi sempre di non raccoglierle tutte, per non compromettere la vita della pianta), vengono spremute e trattate con un massaggio sulla parte interessata dall'infiammazione.
Giovanni invece, dopo tanti anni di lavoro come operaio negli stabilimenti della Volkswagen nella Ruhr, ha smesso di praticare la medicina popolare, ma ricorda ancora perfettamente le ricette di sua madre. Seduto nella sua vecchia casa, con la moglie di Düsseldorf, mescolando senza soluzione di continuità il sardo, l'italiano e il tedesco, fa un excursus sui metodi miracolosi per affrontare il mal di testa, su tutti is scucchettas: un impasto di farina fine, non troppo molle, da applicare sulle tempie, finché non cade.
Bruna ha invece acquisito il dono della medicina dell'occhio dalla madre anziana. Questa, ormai impossibilitata ad esercitare, è stata per decenni un punto di riferimento per tutto il paese. Bruna, dopo diversi decenni trascorsi nel nord Italia senza aver mai manifestato interesse per il rituale, scoprì la vocazione qualche anno dopo aver fatto ritorno ad Assolo. Da allora ereditò la funzione sociale di sua madre, e oggi da tutto il paese e dal circondario, alcuni anche più volte al giorno, invocano il suo intervento benefico.
Solo una foto è sufficiente per poter procedere col rito: poi acqua, sale e delle formule recitate a bassissima voce, inintellegibili, e ogni male viene cancellato. Nel cassetto della cucina di Bruna vi è una scatola di scarpe piena di fotografie tascabili che ritraggono chi negli anni si è affidato a lei. Spesso sono i familiari a lasciarle in custodia le foto, cosicchè con una telefonata o un semplice messaggio possono richiedere il suo intervento.
Non soltanto le persone, ma anche gli animali domestici, le greggi, persino le vigne, i frutteti e i terreni da arare vengono "protetti" dal malocchio. A questo proposito Don Giovanni Usai, l'ex parroco di Assolo, racconta la storia di Tullio Perra, noto "stregone" del paese: egli percorreva all'alba, per tre volte, senza essere visto da nessuno, il perimetro di quei terreni colpiti dal malocchio. Era sufficiente recitare a bassa voce il Padre Nostro nel corso del rituale, e gli uccelli del malaugurio sarebbero stati allontanati.
Don Usai è un vero studioso della medicina dell'occhio, un rappresentante del mondo sacro che investiga sul profano. Sarebbe una contraddizione in termini ma, come suggerisce egli stesso, la mexina de s'ogu, come la preghiera, si affida di fatto al medesimo potere: quello della parola come gesto curativo.
Ancora oggi ad Assolo, nonostante i progressi della scienza medica e della comunicazione, il potere curativo espresso attraverso la parola e le conoscenze popolari assume un grande valore e fascino, non solo per gli abitanti del paese.
Roberto e Giuseppe Palmas davanti a un Somiere d'organo, nella loro bottega a Segariu
L’organo è uno strumento musicale estremamente complesso e antico, le cui prime versioni risalgono al III sec a.C.
L’anonimo capannone nella piccola zona industriale circondata da campi incolti, sulla strada provinciale che collega Segariu a Furtei che ospita l’unica bottega di organari in Sardegna, è naturalmente in contrasto con un’idea di artigianato così antico.
Eppure basta varcare il grande portone di alluminio per accorgersi di essere in una vera bottega che, a parte qualche moderno macchinario coperto di segatura, potrebbe avere tre o quattrocento anni. Organi alti tre metri sono smontati e catalogati con ordine, le tastiere occupano scrivanie intere, i mantici di pelle di capretto sono appesi al soffitto, le canne di legno, piombo e stagno sono ordinate a centinaia sui ripiani. Si percepisce la materia prima ancora di toccarla.
Roberto è giovane, ha ereditato il mestiere da suo padre Giuseppe. Pazientemente ci accompagna tra i banchi della bottega: soffia dentro una canna e ce ne fa sentire il suono, dà dei piccoli colpi con un martello cuneiforme correggendone l’apertura, e così l’accordatura. Gli altri operai senza curarsi di noi continuano nel loro lavoro: due signore stanno dipingendo la cassa esterna dell’organo; un uomo tarchiato, con gesti lenti e precisi che poco si addicono alla sua stazza, sta tagliando la pelle bianchissima dei capretti per sigillare i lati di un mantice; Giuseppe, un ottantenne seduto su uno sgabello nel suo gilet di lana - eccessivo per il giugno sardo - sta caricando, con uno strumento di legno che sembra un gioco per bambini, le piccolissime molle indispensabili a centinaia per regolare il flusso d’aria dell’organo.
Roberto ci racconta di come suo padre abbia imparato l’arte di costruire organi, e del maestro di suo padre, e così via fino al primo organaro. Ci racconta tutto, e quello che non riesce a raccontare ce lo mostra: disegni, bozze, ci fa soppesare le canne. Ci spiega che restaurare un organo, o progettarlo, richiede come minimo due anni di lavoro, per i più complessi si può arrivare anche oltre i cinque. L’attività è costosa e deve essere pianificata sul lungo periodo. I clienti sono per lo più chiese o la sovrintendenza ai beni culturali, pochi privati. Non stupisce che in tutta la Sardegna sia rimasta una sola bottega.

 

Dino Materazzo nelle campagne di Villanovaforru durante una dimostrazione
Con l'arrivo della stagione calda, quando le erbe rinsecchiscono e i dolci rilievi della Marmilla si trasformano in una vasta culla dorata, il bene più prezioso si nasconde nel sottosuolo, tra labirinti invisibili dove si muove l'unica sorgente di vita che può assicurare sollievo alla terra e un buon raccolto a chi da essa trae un nutrimento: l'acqua.
Talvolta nei mesi secchi le mani e il cuore dei braccianti che ogni giorno, come una dannazione, si levano quando è ancora buio per lavorare nei campi, non sono sufficienti ad assicurare un buon raccolto. Il contadino ha il lavoro, la passione, il sacrificio, ma non dispone di quel dono fondamentale per scovare sotto la terra una falda acquifera, garanzia di vita e di salvezza.
Chi ha quel dono è il rabdomante. Custode di una geografia mistica, il suo corpo, coadiuvato dalle vibrazioni di un rametto di olivastro, individua sottoterra le falde acquifere, indica dove costruire i pozzi; individua, a occhio nudo, percependo in lontananza una semplice macchia di colore nel paesaggio, il possibile percorso di un fiumiciattolo sotterraneo. Del suo sapere non ha segreti, perché di ogni dono non si fa mistero, ma questo non può essere tramandato: se in prossimità di una falda acquifera, il rametto di olivastro nelle tue mani rimane immobile, non c'è niente da fare: il dono non ce l'hai.
Dino Materazzo ha il dono. Nato e cresciuto a Sanluri, dopo aver lavorato per lungo tempo presso una nota fabbrica di pasta e aver mandato a farsi benedire il suo padrone, ritorna alla precedente occupazione di pastore. Un giorno, mentre cercava un pozzo, chiamò un rabdomante per farsi aiutare. Quel giorno volle provare anche lui la tecnica misteriosa e, quando impugnò la bacchetta di olivastro, questa girò miracolosamente. Il rabdomante, osservando la scena, disse a Dino che la sua presenza era di troppo e che avrebbe potuto fare benissimo da solo.
Dino oggi ha più di 70 anni ma,  pur conducendo una vita tranquilla con la moglie a Sanluri, non smette di girare la Sardegna in lungo e in largo alla ricerca di falde acquifere, sorgenti e pozzi naturali. Vive il suo dono con uno spirito abbastanza pragmatico: va dove lo chiamano. Ma nelle sue parole semplici si nasconde la visione di una geografia mistica, che coi suoi occhi e col suo corpo è capace di intercettare movimenti invisibili nel sottosuolo; la sensibilità di un uomo che, con lo sguardo, si ricongiunge con la terra e riporta la vita alla luce del sole.
Fabio ha 16 anni. Vive a Baressa, piccolo centro della Marmilla abitato da 644 persone. La sua vita è scandita tutti i giorni da quell'autobus che lo trasporta all’istituto tecnico di Oristano, come tanti ragazzi della sua zona che devono spostarsi per poter arrivare alla maturità.
Ma, diversamente dagli altri, ha una passione quasi atavica per uno strumento musicale al quale molti giovani non si interessano: le launeddas.
Nessuno nella sua famiglia le suona, o le ha conosciute in maniera diretta. Il suo paese non vanta sicuramente una tradizione sviluppata come Villaputzu o altri centri dell’isola. Se chiedi a Fabio perché gli piacciono, come le ha conosciute, lui ti risponde con un un po’ di timidezza che “le ha sempre ascoltate”, su YouTube, su internet, che “le cose sarde gli son sempre piaciute”. Nel frattempo ha al suo fianco su stracasciu (la custodia di pelle), dal quale estrae le tre canne che compongono lo strumento, e vedi che freme dalla voglia di fartele ascoltare e di raccontarti tutto quel che sa di su basciu, sa mancosa manna e sa mancosedda, ma sempre specificando che ha ancora tanto da imparare. Alla fine di un Ave Maria le sue mani sono sudate dall'emozione, ma lui sorride: “mi sudano sempre durante le esibizioni”.
Fabio è allievo di Franco Melis, che non chiama mai con il suo nome, bensì Maestro. Quest’ultimo assiste silenzioso al nostro primo incontro. La loro è una storia di fiducia e profonda dedizione. Le lezioni si svolgono una sola volta alla settimana, ma Fabio fa passi da gigante, allenandosi in continuazione durante le pause dallo studio.
Fabio ha un profondo rispetto per la figura del suo Maestro: mai si sognerebbe di esibirsi senza di lui, senza chiedergli il permesso. Mai si sognerebbe di accettare un invito a suonare, quando c'è il Maestro che ha la precedenza. Ha una concezione molto matura del proprio ruolo di apprendista. “Non puoi farti pagare poco, andare al ribasso sui prezzi, perché chi non conosce lo strumento non capisce la differenza di bravura, di competenza, tra te che hai appena iniziato e un Maestro, magari ti sceglie per spendere di meno, ma questo non è giusto. Non puoi rovinare la piazza a qualcuno, soprattutto se quel qualcuno ti sta donando i suoi insegnamenti.”
Passione, studio e sacrificio sono elementi fondamentali per l’apprendimento in qualsiasi forma d’arte. Ma nella storia di Fabio c’è un elemento ulteriore: il legame tra allievo e maestro, la trasmissione di una conoscenza che non è solo quella di un semplice strumento musicale, ma anche un sapere antico da custodire, di cui occorre far tesoro, affinché egli stesso possa a sua volta tramandarlo in futuro.
Tre cavallini sulla Giara, corrono nel Paulis Salamengianu pieno a seguito delle pioggie del 2018
Il cavallino della Giara è diventato uno dei simboli più mainstream nella rappresentazione della “Sardegna autentica”. Animale piccolo, forte, bruno e estremamente irascibile, il cavallino si è costruito un'immagine di selvatico per eccellenza. Eppure uno dei tratti più caratteristici della sua storia recente è proprio lo scollamento fortissimo tra la percezione più comune e diffusa di animale selvatico e la realtà.
Molti ricordano che l’animale ha costituito nel secolo scorso una fonte di grande ricchezza: i cavalli venivano radunati all’inizio dell’estate, nessuno pensava a domarli, venivano legati a colonne di dozzine, con alle estremità cavalli da lavoro più docili, ed erano così utilizzati per la trebbiatura del grano. Fino agli anni ‘60, quando l’avvento della tecnologia rese superata la pratica e mandò in miseria i Basonis.
Pochi sanno invece che negli anni ‘90 la Regione Sardegna acquistò tutti i cavallini della Giara, li registrò tutti tramite chip e ne confinò i più puri in una riserva occupante un decimo dell’altopiano. Gli altri vivono liberi nelle paludi della Giara, quando la fame e la siccità glielo permette, sono quelli che spesso si vedono nelle foto dei professionisti e degli amatori. C’era un grande progetto di salvaguardia, per un decennio o poco più, poi l’Istituto per l’incremento Ippico della Sardegna decise che questi cavalli non erano affar loro, e tornarono ad essere selvaggi.
Gli animali selvaggi fanno gola, e qualche discendente degli anziani mandriani rivendica il possesso su quei cavalli. Si possono notare sull’altopiano cavalli marchiati. Pratica oggi illegale, viene consumata di nascosto. “Cavalli piccoli e tutt’ossa” mi ha detto una volta un allevatore, “non lo facciamo certo per la carne”.
Le informazioni sono conflittuali, a dimostrarlo c’è la difficoltà che abbiamo avuto nel ricostruire lo stato attuale della vita sulla Giara. Persino alcune strutture museali del territorio, specializzate sulla fauna locale, non sono state in grado di far luce su tutti gli aspetti. Siamo dovuti arrivare a Genoni, paese dove nei secoli scorsi risiedevano molti proprietari di quegli animali per capire: i cavalli di razza Giarina possono essere domati, negli anni passati l’Istituto ne ha ceduto per abbassare la densità sulla Giara, e così se ne possono trovare anche negli agriturismi... ma quelli che vivono là sopra, sono diversi, temprati dal territorio inospitale.
L’innalzamento delle temperature sta allungando la stagione degli amori, e così dalla primavera fino al tardo autunno i maschi si gettano uno contro l’altro, impennano, sbattono gli zoccoli, si uccidono per controllare il territorio e le femmine.
La Giara, bellissima e vergine vista da lontano. È un ambiente pericoloso quando vi si entra. Anche i più esperti cacciatori si perdono senza punti di riferimento, e là non ce ne sono: è tutto piano, ogni quercia da sughero uguale all’altra. Chi ci si avventura non sempre incontra questi animali, bisogna salire con poca luce, appostarsi sotto-vento, stare attenti ai violenti cani che custodiscono greggi di capre che appaiono dal nulla. Con una guida si può arrivare nei punti migliori e vederli. I Giarini liberi nella loro terra, combattono.
 
Tonino suona le campane di Lunamatrona
Una vibrazione assordante satura completamente lo spettro uditivo umano, ogni tessuto sembra vibrare, l’equilibrio vacilla, gli altri sensi si acuiscono e cercano di sopperire le mancanze del primo. Questo si prova quando si sta a un passo da un campana che suona e la si ascolta a orecchio nudo.
La vita in campagna è scandita nel corso dell’anno dalle stagioni e dai tempi di semina e raccolta di cereali e frutti della terra. I ritmi quotidiani invece sono scanditi dalle suono delle campane. Ogni paese, per quanto piccolo, ospita le sue chiese, e accanto alla maggiore svetta sempre la torre campanaria. Il suono delle campane può essere udito a grande distanza, fino ai campi più limitrofi di un paese; perciò non si rimane mai senza il suo tocco, anzi, si riesce spesso, in campagna, a sentire anche quelli dei campanili dei paesi vicini.
Per capire il ruolo di queste nella vita dei piccoli paesi della Marmilla basta pensare alla frequenza del tocco: ogni mezz’ora, e in alcuni paesi ogni quarto d’ora, le campane segnano il tempo fino al tramonto. Eppure pochi salgono ancora sui campanili, pochi ne conoscono gli accessi nascosti, le scale polverose, le botole e le finestrelle. Oggi le campane suonano quotidianamente per lo più grazie a centraline e sistemi elettronici che attivano i martelli esterni.
Solo nei giorni di festa però, alcuni fedeli salgono sui campanili e suonano le campane per delle ore, accompagnando le lunghe processioni che dalla chiesa attraversano il paese. A Lunamatrona per esempio, un gruppo di simpatici pensionati, assidui frequentatori delle funzioni religiose, hanno deciso di capovolgere il loro punto di vista: seguono i riti religiosi dall’alto del campanile; scalano in 3 o 4 le buie scale a chiocciola in barba alle ginocchia stanche e si danno il cambio nel tirare i pesanti batacchi e nell’affacciarsi pericolosamente nel vuoto dai bassi balconi per controllare a che punto sia la processione e cosa suonare in quel momento. Rigorosamente con tappi nelle orecchie, l’unico modo di poter suonare dentro la torre.
Le campane di Lunamatrona sono cinque, e come quelle di tutta la marmilla, sono di medie dimensioni. Non si suonano a slancio e neppure con le corde, come le grandi campane del Nord Italia. In Marmilla si suonano con il metodo de S’arrappiccu che consiste nel legare i batacchi di tutte le campane con sistemi di corde, in modo che con due mani si possano tirare tutti. Un sistema all’apparenza semplice che permette ai campanari di gestire anche singolarmente quelle più squillanti e quelle più profonde, eseguendo così concerti complessi. S’arrappicu non è solo la tecnica di legatura dei batacchi, lo stesso nome indica anche un gruppo specifico di sinfonie ternarie, imparentate con il tempo del ballo sardo.
Da qualche anno i campanari di Lunamatrona stanno accogliendo nuove leve, e tra loro sta crescendo l’unica campanara donna della regione. Si sono poi associati a “Sos Jacanos de Sardigna” associazione culturale che si occupa del recupero di concerti e sinfonie per questo strumento e di formazione.
Le campane sono lo strumento più legato alla spiritualità nel mondo, ma naturalmente i campanari come tutti i musicisti sono lusingati dall’aspetto spettacolare della loro disciplina. Per questo hanno creato il loro tour: vanno a suonare quelle che da anni sono mute, nei paesi dove si è persa questa tradizione. La loro volontà li ha portati spesso a suonare in torri inagibili, o troppo piccole, dovendo in alcuni casi legare i batacchi e poi sdraiarsi sul pavimento prima di poter suonare. Esistono dei rari casi dove non c’è la possibilità di accedere alla torre e agli strumenti, per questi casi i nostri irriducibili hanno costruito un rustico sistema di quattro campane mobili sul cassone di un camioncino edile, ai limiti della sicurezza nei trasporti, per loro l’importante è suonare.
Federico Coni nel suo atelier, in mano un burattino raffigurante Mangiafuoco
Federico Coni è un maestro d’ascia, altrimenti noto come il pinocchiere. Nel 2018, mentre il territorio soffre per lo spopolamento e le scuole chiudono perchè non ci sono più iscritti, lui crea pupazzi di legno con pezzi di rami, trovati o regalati dai suoi compaesani e amici. Nelle sue mani mandorli, ciliegi, olivastri e tanti altri alberi trovano nuova vita, diventando animali, ritratti di personaggi noti e non, reali o soltanto immaginati.
“Creazioni legnose artisticamente rilevanti”: la definizione che preferisce attribuirsi è proprio baloccaio, perché rimanda al balocco, al mondo di Pinocchio, all'idea di gioco e a tutto quello che è collegato all'infanzia. La maggior parte del suo lavoro prende spunto dall'immaginario scaturito proprio dal personaggio di Collodi, ma non mancano rappresentazioni della tradizione sarda accanto ad altre personalità famose, alcune reali, creando una comunità di balocchi che oltrepassa le distanze spazio-temporali.
Così ci troviamo di fronte ai cavalieri della Sartiglia e Fabrizio De Andrè, i soldati di Arborea accanto a Lucio Dalla, fino alle riproduzioni dei Giganti di Mont’e Prama ed Er Monnezza.
L’atelier di Federico è tappezzato di ogni genere di balocco (pinocchi, animali, persone reali e personaggi inventati), nonché schizzi, disegni e ritagli di giornale. Lui non si stanca mai di raccontare e esprimere se stesso, con parlantina sciolta, battute e tanta ironia. La sua è una vita intrecciata tra le vite degli altri, ma il legame primo con la materia legnosa viene da un profondo vincolo familiare con l’artigianato: Federico ha infatti appreso fin da piccolo l’arte della falegnameria dal nonno, e il suo luogo di lavoro si trova ancora oggi nella stessa bottega che appartenne un tempo al suo progenitore.
La sua è un’arte creativa non solo per le sue opere ma anche in virtù di una precisa filosofia di riutilizzo. Tutti i materiali utilizzati da Federico sono infatti degli scarti che gli vengono donati da amici, parenti, o altri falegnami della zona: frammenti di legna troppo piccoli, o inutilizzabili per prodotti di pratica utilità prendono vita sotto forma di balocchi.
È così che si costruisce il vincolo del pinocchiere con la sua comunità: una relazione basata sullo scambio, ricetta fondamentale di resistenza per chi, come lui, tra mille difficoltà, trova un modo di continuare a operare nel suo piccolo mondo, un territorio che apparentemente offre sempre meno a chi vorrebbe farcela.
Sa Domu 'e s'Orcu a Siddi, struttura funeraria prenuragica. Anch'essa nei secoli successivi al suo abbandono ha ospitato leggende popolari
La figura mitologica di Luxia Arrabiosa è solo una delle tante che compongono il vasto immaginario sardo, e alla quale vengono attribuite diverse leggende, trovando spazio in vari siti del territorio isolano.Una di queste è ambientata proprio nella zona della Marmilla, più precisamente nel territorio di Prabanta, vicino a Pompu e Morgongiori, ricca di formazioni lapidee e piccole grotte.
Secondo questa tradizione popolare Luxia è una bella fanciulla dall'animo contraddittorio, metà fata e metà strega, che vive sul colle Prabanta e aiuta la famiglia nelle faccende domestiche. Al suo operato viene attribuita la creazione di diverse formazioni pietrose del territorio, fra cui delle grotticelle funerarie ipogeiche scavate nella roccia, un Menhir e alcune costruzioni riconducibili alla civiltà prenuragica e nuragica. Due di queste vengono chiamati "su forru" e "sa sala de Luxia Arrabiosa" (il forno e la sala per gli ospiti di Luxia Arrabiosa). Il Menhir è stato invece denominato "su fruccoi (forcone) de Luxia Arrabiosa".
Nel territorio di Simala troviamo inoltre "Su pei de su boi", "Sa turra" e "Sa cullera de Luxia Arrabiosa" (il piede del bue, il mestolo e il cucchiaio di Lucia Arrabiosa).Lungo la S.S. 442 è stato rinvenuto anche un blocco lapideo perfettamente sferico, diviso al centro. Dalla sua spaccatura, dovuta a cause naturali, deriva il nome Perda Sperrada. Il blocco è ritenuto un affioramento lavico di origine sottomarina, ma la leggenda vuole che sia un maiale tramutato in pietra e spaccato con un calcio proprio da Luxia Arrabiosa: la fama della ragazza (conosciuta in altre zone della Sardegna come Orgìa o Giorgìa) è infatti particolarmente legata al fenomeno delle pietrificazioni punitive.
La fanciulla, stando alla tradizione popolare, si recava sul colle di nome Prabanta per lavorare e cuocere il pane. Lungo il percorso Luxia passava sempre davanti a una grotta del Monte Arci chiamata s’Accorru Frassu, dentro la quale viveva un fauno, follemente innamorato di lei. Un giorno il fauno uscì dal suo nascondiglio e segui Luxia fino a raggiungerla vicino al forno e cercò di approfittare di lei. Luxia riuscì però a difendersi, uccidendo il fauno scagliandogli contro un lungo bastone che lo trafisse e si conficcò poi sul terreno. Il forno, il pane, il bastone e il fauno stesso si trasformarono così in pietra. Fu allora che Luxia perse il senno e divenne per sempre Luxia Arrabiosa.
Secondo altre voci, Luxia sarebbe stata una donna tanto ricca quanto avara, che possedeva terre e campi di grano di cui era estremamente gelosa. Per questa sua avarizia fu punita da Dio, che trasformò in pietra lei e gli oggetti che la riguardavano.
Quella di Luxia Arrabiosa risulta quindi essere una figura mitica, poliedrica e ricca di sfaccettature, proveniente da una tradizione orale antica e per questo passibile di variazioni anche profonde, tanto che a seconda della zona di riferimento viene descritta in modi molto diversi: può infatti prendere la forma di gigantessa che trasporta enormi pietre sulla testa mentre fila e regge in braccio il proprio figlio; di donna mostruosa dalle lunghe mammelle con cui spazza il forno, mentre si serve della lingua come d’una pala per infornare il pane; di una strega alleata con i diavoli, che aiuta nella costruzione di alcuni ponti.
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